a cura di
Enzo De Canio
9 AGOSTO 378 IL GIORNO DEI BARBARI
Alessandro Barbero
Laterza, Bari, 2005
pagg. 239, € 18
Per molti storici la data di Adrianopoli (9 agosto 378 d.C.) è considerata addirittura epocale in quanto verrebbe a segnare, con la vittoria della cavalleria barbarica dei Goti sulla fanteria romana, l’inizio del Medioevo, dal punto di vista militare lunga fase di prevalenza del cavaliere sul fante. Si tratta di una schematizzazione, anche perché ad Adrianopoli la fanteria non mancava ai barbari, né la cavalleria ai Romani, per non parlare del fatto che buona parte dell’esercito romano era costituito in realtà da “barbari”, Germani e non. In ogni caso quella di Adrianopoli fu una battaglia di grande rilievo, preceduta da vicende traumatiche, che vengono ricostruite in un recente saggio dal medievista Alessandro Barbero. Le tribù di cavalieri germanici Visigoti ed Ostrogoti vennero attaccate nel 376 d.C. nelle loro sedi in Romania ed Ucraina dagli Unni; furono travolte ed i profughi chiesero ospitalità a Roma. L’imperatore d’Oriente Valente li fece passare a sud del Danubio per utilizzarli nelle sue armate, ma i disagi del trasferimento e le odiose spoliazioni dei funzionari romani spinsero i barbari alla rivolta e al saccheggio della Tracia romana. Valente raccolse truppe dall’Asia e mosse contro i Goti, ma commise troppi errori; non attese i rinforzi dall’Impero d’Occidente e spinse i suoi ad una stancante marcia la mattina della battaglia. La fanteria gotica era schierata a difesa del vasto cerchio dei carri da trasporto (un po’ come i pionieri dell’800), i Romani, dopo confuse trattative, andarono all’attacco, ma furono inchiodati dall’improvviso attacco della cavalleria gotica, comparsa di sorpresa. I fanti romani non avevano il minimo spazio di manovra, di qui la rotta e il massacro di cui fu vittima anche Valente. Negli anni successivi il nuovo imperatore Teodosio riuscì a limitare i danni, ma l’esercito e l’Impero andarono sempre più barbarizzandosi, con “un’accelerazione brusca, drammatica”, per dirla con Barbero, rispetto alle fasi precedenti dello stesso processo
LA CONQUISTA DELLA BRITANNIA
Gildas
Il Cerchio, Rimini, 2005,
pagg. 100, € 10
L’autore, Gildas, era un monaco di famiglia principesca della Gran Bretagna del V-VI d.C. A lui si riconoscono il merito di un’intensa attività missionaria in Britannia e Irlanda, la fondazione di non pochi monasteri e soprattutto non pochi miracoli. Era un celta latinizzato, dunque, che nella sua opera “De excidio Britanniae”, ora per la prima volta tradotta in italiano, raccontò le varie fasi della storia della sua terra, compresa la conquista romana, il periodo della dominazione imperiale, i primi martiri cristiani, poi la partenza delle legioni per il continente e, quasi inevitabilmente, le successive invasioni. A muoversi per primi contro i disgraziati Britanni furono i loro cugini celti di Scozia e d’Irlanda, e a poco servirono le invocazioni di aiuto al declinante potere romano rappresentato al momento dal patrizio Ezio. La colpa di tante sventure, secondo Gildas, doveva essere per forza dei peccati dei poveri Britanni, che per questo venivano puniti da Dio; in realtà qualcuno di loro peccò sì, ma di ingenuità, chiamando a soccorso i guerrieri Sassoni (ed Angli) che, una volta giunti, non si mossero più dalla futura Inghilterra. Gildas rievoca con efficacia e pathos gli anni tremendi di questa invasione, a contrastare la quale serviva un personaggio eccezionale. C’era un “uomo dotato di un grande senso della misura, che quasi unico dei Romani era sopravvissuto all’urto di tanto grande tempesta…”, Ambrosio Aureliano. Una figura storicamente accertata di sovrano (o almeno capo) vittorioso contro i Sassoni che anticipa, naturalmente, il meglio noto e leggendario re Artù della tradizione bretone. In ogni caso –ci informa Gildas- proprio sotto la guida di Ambrosio Aureliano i superstiti Britanni riuscirono a superare (almeno per un po’) le beghe intestine, “ripresero le forze e provocarono i vincitori alla battaglia, e con l’assenso del Signore la vittoria fu dalla loro parte”. Durò poco, come ben si sa, ma almeno i Britanni chiusero in bellezza